7 Vizi Capitali – L’Accidia

7 vizi, tutti al femminile; perché per me il peggior Vizio dell’uomo è la donna.

accidia

L’ACCIDIA

Non la pigrizia, né l’indolenza, ma l’Indifferenza. Quel vuoto dell’anima che ti allontana da tutti e ti priva di ogni responsabilità.

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George, the DRAGON

Fate ciaociao a George, il Dragone, frescofresco di restyling.
Rasatura di peluria sul braccio e quasi tre ore dal “suo estetista di fiducia” (un mio amico tatuatore) per farlo “ribattere” con minuziosa precisione. Il suo nero aggressivo stava virando in un blu scuro meno convincente e George si lamentava perché, secondo lui, cominciavano a farsi vedere i segni degli anni e per non starlo a sentire l’ho fatto contento…anche per rendere onore all’importanza del significato anzi, più di uno, intrinseci che mi hanno spinto ad imprimerlo indelebilmente sulla mia pelle.
P.S. è la seconda ribattitura in 20anni, comincio a sospettare che George sia un po’ frocio…

Il Servo

VISIONI CINEMATOGRAFICHE A CADENZA IRREGOLARE E DECISAMENTE MONOTEMATICHE NEI CONTENUTI (SALVO ECCEZIONI). CONSIDERAZIONI CHE LASCIANO IL TEMPO CHE TROVANO QUINDI CRITICABILI E SICURAMENTE DISCUTIBILI.

The Servant
Regno Unito – 1963

regia: Joseph Losey
cast: Dirk Bogarde – James Fox – Sarah Miles – Wendy Craig
soggetto: tratto dall’omonimo romanzo di Robin Maugham
sceneggiatura: Harold Pinter
fotografia: Douglas Slocombe
musica: John Dankworth
b/n – 116 min.

Tony (James Fox), giovane rampollo dell’alta società inglese, torna in patria dopo una lunga permanenza in Africa per affari. Rimasto solo in seguito alla morte del padre, che sembra aver affrontato con annoiato fatalismo, acquista una casa a Londra e fa pubblicare un annuncio per assumere un servitore.
All’offerta di lavoro risponde Hugo Barrett (Dirk Bogarde), maggiordomo dall’aria pacata ed impeccabile che infonde subito sicurezza nell’apatico dandy a cui non pare vero di aver trovato la persona giusta a cui delegare le incombenze della casa, a partire dalla supervisione della ristrutturazione dell’appartamento.
All’inizio tutto va alla meraviglia, forse anche troppo. Hugo è abile, discreto e compiacente; soddisfa ogni capriccio infantile del suo “padrone”, previene ogni sua necessità e alimenta le sue oziose abitudini, ma allo stesso tempo comincia a privarlo di ogni autonomia soffocandone lo slancio vitale.
Il processo di transfert subisce una imprevista battuta d’arresto con l’entrata in scena di Susan (Wendy Craig), la fidanzata di Tony. La ragazza non ci mette molto ad accorgersi della crescente “dipendenza” del ragazzo nei confronti del maggiordomo e teme di perdere la presa che ha sull’inconsistente indole di Tony che è sul punto di chiederle di sposarlo.
Il conflitto è inevitabile (da applauso la schermaglia tra Barrett e Susan che si presenta in casa quando Tony è assente), convinta di aver chiarito i ruoli di Potere e certa di poter tener testa alle manipolazioni di un mellifluo individuo di basso ceto la ragazza comincia a dar fondo a tutte le sue abilità seduttive (goffe ed insicure) di femmina per tornare ad essere “il Centro di Gravità Permanente” nella vita di Tony.
Susan però non è molto diversa da Tony e la sua annoiata superficialità le impedisce di vedere oltre le apparenze e all’atteggiamento passivo/aggressivo del servitore, sottovalutandone l’affilata arguzia ed il perverso piacere che trae dall’imprevista, ma stimolante, lotta di potere.
Dal canto suo Barrett decide che è venuto il momento di giocarsi il Jolly e lo fa chiedendo a Tony di assumere sua “sorella” Vera (Sarah Miles) come cameriera per avere un aiuto e poter gestire al meglio le necessità di Tony e della casa.
E mi fermo qui, senza fare spoiler sulla catena di eventi che seguiranno e senza offendervi rivelando il finale, perché questo è uno di quei film che va visto…e rivisto per apprezzare le diverse chiavi di lettura che offre.

 

A dire il vero avendo già letto il romanzo breve di Maugham, e pur apprezzando le abilità registiche di Losey, mi approcciai con una certa cautela e perplessità alla trasposizione cinematografica de “Il Servo”. Entrambi, anche se per motivi diversi, erano considerati “soggetti scomodi” per le convenzioni sociali dell’epoca. Robin Maugham non aveva mai tenuto nascosta la sua omosessualità creando imbarazzo alla famiglia che godeva di un certo prestigio, mentre Joseph Losey aveva scelto di auto esiliarsi in Inghilterra piuttosto che sottomettersi al giudizio inquisitorio della “Commissione per le Attività Antiamericane” (Maccartismo) costituita per eradicare definitivamente ogni attività comunista dalla società americana.
Due anime inquiete, ma afflitte da diversi conflitti interiori.

Conclusione: Se il romanzo è tutt’oggi considerato una delle migliori opere dell’epoca, il film può vantarsi di essere uno dei prodotti più elogiati della cinematografia.
Pur rimanendo fedele alla storia e ai meccanismi d’impeccabile perfezione che animano il processo di ribaltamento dei ruoli Dominante/sottomesso, Losey ce ne offre la visione da una angolazione leggermente diversa.
Anche se non esplicitata, nel romanzo di Maugham si percepisce una sorta di crescente tensione erotica tra Tony e Barrett che non fa altro che rendere più debole il giovane già ammaliato dalla personalità dell’altro.
Losey tralascia quest’aspetto e se ne accenna è, forse, in un breve lancio di sguardi tra i due protagonisti quando giocano come due adolescenti ubriachi a tirarsi roba rincorrendosi per le scale, preferendo calcare la mano sulla sciatteria annoiata dell’upper class (in questo caso inglese) che genera individui deboli ed accidiosi destinati (per diritto di nascita) a ricoprire ruoli di prestigio e responsabilità nella società.
Mirabile esempio del messaggio del regista è la scena dell’incontro tra Tony e Susan in una sala da tea/ristorante e gli stralci di discorsi di altri avventori (peraltro tutti cameo di attori ed attrici famosi) che si accavallano al dialogo dei due.
Alcune volte le azioni di Barrett sembrano dettate da una perversa forma di vendetta sociale, altre volte appaiono come frutto di un depravato esercizio di Potere esercitato per trarne piacere.
Ma “Il Servo” non è solo questo. Ha il pathos di un thriller, la carnalità di un film erotico, l’ambiguità di un segreto morboso che è in ognuno di noi. Il tutto sottolineato da una fotografia che riesce a virare le tonalità di bianco e nero con maestria tale da offrire morbide atmosfere davanti a un caminetto, cupe ombre che celano sinistri intenti e surreali e claustrofobiche prospettive di festini tra disperati con impercettibili dissolvenze o rapidi cambi di scena.
Dirk Bogarde ci regala una delle sue migliori interpretazioni, portando in vita un personaggio all’apparenza algido, la cui ambiguità è pari solo alla sinistra follia che l’accompagna sottolineando l’insana natura dell’uomo con rapidi e sconcertanti sguardi che passano da una scintillante pazzia ad una mortificata auto commiserazione.
Non si conoscono i motivi per cui Hugo Barrett decide di entrare nella vita di Tony e distruggerla con chirurgica crudeltà, ma da come agisce è facile capire che non è la prima volta che lo fa…

Nota a piè di pagina:
E’ una mia impressione o la scena iniziale de “Il Portiere di Notte” (1974) è pressoché identica a quella di apertura de “Il Servo”? Un omaggio? Probabile, vista la presenza dello stesso Bogarde e la tematica trattata.

Noblesse Oblige

Se volessero insignirmi di un titolo nobiliare pretenderei di essere incoronato come “Principe della Stravaganza”.

Non perchè io sia particolarmente stravagante (bhè forse un pochino si), ma per le situazioni strampalare e a volte irreali in cui mi capita d’inciampare.

Un esempio per tutti? Da quasi quattro mesi non ho più la schiava…ma sono rimasto in possesso della “sextoy”.

….Un paradosso… È come presentarsi sui campi di Wimbledon con il raccattapalle ma senza il tennista…